[Recensione] Addio, cowboy – Olja Savicevic

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Addio, cowboy – Olja Savicevic
L’asino d’oro edizioni
Collana: Omero – Narrativa
Copertina flessibile, € 16.00
Traduzione di: Elisa Copetti

Dada, una giovane studentessa fuori corso, ritorna alla vecchia casa in Dalmazia per accudire la madre che dà segni di spaesamento. Il vero motivo del suo ritorno, però, è un altro: scoprire la ragione del suicidio di Danijel, il fratello minore, un diciottenne introverso e solitario con una grande passione per i cowboy. Chi è veramente Herr Professor? Che cosa c’entra con Danijel? Perché tutti sembrano sapere la verità? E poi, che ci fa Ned Montgomery in città? Perché vuole girare un western proprio in Croazia?
Olja Savičević tesse la trama di un romanzo avventuroso, ricco di salti temporali e di incontri, per scoprire l’inganno, la colpa e il suo peso, annidati tra le pieghe di vicende familiari. I rapporti tra una madre e due figlie rimaste ad accudirla, senza sapere badare a sé stesse; un padre quasi dimenticato, come la Iugoslavia e il Kino Balkan; la guerra che sta in sottofondo e una generazione troppo giovane per avervi partecipato, ma abbastanza adulta per distinguere un prima e un dopo. La periferia di Spalato, il degrado e le passerelle estive dei turisti. In primo piano, agile, veloce, schietta, con cambi di ritmo tra dialetto e gergo urbano, la scrittura di un’autrice che fa dell’ironia e dei giochi di parole il suo stile inconfondibile.


Addio, cowboy è uno di quei romanzi che si leggono tutto d’un fiato, con una tazza di tè tra le mani e una coperta sulle ginocchia, durante un piovigginoso pomeriggio invernale. Dada è una giovane universitaria che vive a Zagabria, ma è costretta a tornare alla periferia di Spalato, dove è cresciuta, per accudire sua madre, afflitta da una potente forma di depressione da quando ha perso il figlio, Danijel. Attorno a lei si dipana la vita di quartiere, fatta di degrado e di miseria, ben lontana dalle fantasie idilliache che, di quei luoghi, custodiscono i turisti. Spalato non è solo spiagge e mare cristallino. A pochi passi dal litorale, infatti, la città pullula delle forme di vita più disparate, accomunate dal senso di impotenza che li intrappola lì, nel quartiere odiato e amato allo stesso tempo. Dada fugge per poi tornare, è un personaggio psicologicamente complesso, sempre sull’orlo di portare a termine un progetto, una storia amorosa, un lavoro e destinata sempre all’incompiutezza, all’arrendevolezza di fronte ad una realtà più grande di lei. Dada, però, torna anche per indagare. Sì, perché nei pressi della vecchia ferrovia poco tempo prima si è tolto la vita il suo amato fratello Danijel, spirito tormentato e ribelle, amante degli animali più di ogni altra cosa al mondo. Dada non riesce a spiegarsi perché Danijel se ne sia andato senza dir nulla, ma è semplicemente uscito di casa come fosse un giorno qualunque, salvo poi non farvi più ritorno. Accanto alla protagonista ruotano  una serie di personaggi più o meno interessanti, a cominciare dal vicino di casa, tale Herr Professor, veterinario di zona e accusato dai suoi concittadini di essere un pedofilo. Dada indaga su di lui e sul suo passato, sa che in qualche modo l’uomo era legato a Danijel ed è decisa più che mai ad andare a fondo nella vicenda, supportata nello sviluppo della trama da indizi e sospetti sempre più fitti e inevitabili. Degne di menzione sono inoltre la madre, chiamata semplicemente Ma, e la sorella di Dada, donna cinica e dalla lingua tagliente. La famiglia di Dada è composta da donne, diverse tra loro eppure complementari l’una con l’altra. Se Dada, infatti, rappresenta l’incompiutezza, sua sorella è l’efficienza fatta persona, lavora ed è perfino divorziata. Ma è la personificazione della fragilità dell’animo umano, ricorda quasi un cucciolo ferito che ha smarrito la via di casa; affoga il suo dolore in tranquillanti e sonniferi e lo stato di abbandono in cui è lentamente scivolata sembra oramai irreversibile. Donne diverse eppure forti sono quelle descritte da Olja Savicevic, un’autrice promettente e di indubbio talento che riesce a coniugare stili differenti rendendo la lettura incalzante e ricca di suspense, ironia e disillusione. Grazie alla varietà di temi trattati la storia risulta accattivante e intrecciata con maestria e dovizia di particolari, le vicende personali di Dada si mescolano alla perfezione con il contesto sociale che la circonda e l’autrice coglie l’occasione per mostrarci una riproduzione fedele e per nulla edulcorata della vera realtà vissuta dagli abitanti della periferia di Spalato, tra povertà, faide, fasti e tradizioni. Olja Savicevic mostra dunque l’altra faccia di un Paese forse ancora troppo poco conosciuto, apre il sipario su un palcoscenico composto da micro realtà individuali e collettive più o meno importanti, offre uno scorcio affidabile di ciò che accade nelle retrovie, a pochi passi di distanza da rinomate località turistiche, idilliache senz’altro, ma poco accostabili alla vita reale, a ciò che sta dall’altra parte della strada. Una narrazione, dunque, non sempre lineare, spesso caratterizzata da flashback e da cambi repentini di stile e lessico – l’autrice utilizza spesso gerghi dialettali tipici della zona, comprensibili a noi lettori grazie alle note a piè di pagina inserite dalla traduttrice. Il romanzo si divide in tre parti, due delle quali narrate in prima persona e una affidata ad un narratore esterno, che racconta abilmente uno dei momenti clou dell’intera vicenda, che segnerà per sempre le sorti di alcuni personaggi, in maniera spesso involontaria. L’autrice non finisce mai di porci di fronte all’ineluttabilità del destino, che spesso si fa beffe di noi e ci rendi impotenti al suo cospetto. Un esordio da non perdere, una voce femminile che ha tanto da dire e che è sicuramente da tenere d’occhio nel vasto panorama editoriale attuale.

 

 

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