Luigi Pirandello – L’esclusa

L'esclusa cover


“Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto. Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto?”

L’Esclusa, primo romanzo scritto dal giovanissimo Pirandello a soli 26 anni, vide la luce durante il soggiorno dell’autore sul Monte Cavo, presso un convento abbandonato, nell’estate del 1893. L’opera, originariamente intitolata con il nome della protagonista, Marta Ajala, fu pubblicata con il titolo a noi oggi noto dapprima a puntate su “La Tribuna” nel 1901 e, qualche anno dopo, nel 1908, in volume dall’editore Treves di Milano.

Dal punto di vista strutturale, questo primo romanzo è caratterizzato da una simmetria piuttosto rigorosa: centrale è la rappresentazione della famiglia, istituzione di riferimento indiscussa in una realtà chiusa e opprimente come quella siciliana che qui viene descritta. Le famiglie sono due, i Pentàgora da un lato e gli Ajala dall’altro, entrambe accomunate dalla presenza di un padre severo e autoritario, spesso violento e iracondo, attorno al quale tutti gli altri membri ruotano come satelliti. I personaggi maschili sono connotati quasi esclusivamente in maniera negativa: Francesco Ajala, ad esempio, unico uomo in una famiglia di donne, non riesce ad opporsi alle maldicenze circa la condotta della figlia e, pur essendo conscio della falsità di quelle affermazioni, si rinchiude per mesi al buio in una stanza e, lentamente, si lascia morire. Anche Rocco, marito di Marta, è un inetto: irascibile, geloso, incapace di ascoltare, si abbandona alla sorte che, secondo suo padre Antonio, spetterebbe a ogni individuo di sesso maschile della famiglia Pentàgora, ossia il tradimento. Nell’ambiguità si muove invece la figura del deputato Gregorio Alvignani, terza parte in gioco in questa triste vicenda che, a causa del suo comportamento (a cui non rimedia in alcun modo), fa ricadere sulla giovane Ajala la fama di adultera, decretando così la sua rovina.

Nelle figure femminili i tratti negativi si attenuano, si delinea la possibilità di una solidarietà spontanea e genuina (basti pensare al prodigarsi di Marta per risollevare le sorti della madre Agata e della sorella Maria, cadute in miseria e in disgrazia a causa dell’opinione pubblica). Pirandello, tuttavia, non tralascia di sottolineare la solitudine a cui ciascuna esistenza è irrimediabilmente destinata: la stessa Marta, ad esempio, non è realmente compresa dalle persone che la circondano e che le sono più vicine, spesso è costretta ad indossare una “maschera”, a fingere che tutto vada bene anche all’interno delle mura domestiche. Marta, pur dedicandosi agli altri, dunque, è incapace di amare veramente, di provare sentimenti autentici: la sua vita è oramai condannata dall’apparenza dei fatti, dall’etichetta che le è stata affibbiata dalla comunità in cui vive e che, suo malgrado, non riuscirà mai a togliersi di dosso. Nonostante tutto, però, Marta non si lascia piegare, forte della sua innocenza tenta di farsi strada in un mondo spietato e diviene simbolo della liberazione femminile: grazie alla sua intelligenza riesce ad ottenere un posto come insegnante presso il Collegio del paese (salvo poi essere trasferita a Palermo, dove si svolgerà la seconda parte della vicenda, a causa di quei “fatti” impietosi che vogliono a tutti i costi condannarla come peccatrice), e restituisce alla madre e alla sorella quella tranquilla esistenza di cui erano state ingiustamente private. La ritrovata indipendenza, tuttavia, non è destinata a durare a lungo: l’autenticità a cui Marta aspira sembra essere impossibile, la sua vita è come costretta entro schemi che altri hanno stabilito per lei, e da essi non c’è via d’uscita. La giovane, dunque, sul finale, sembra rinunciare totalmente all’affermazione di sé, quasi si lascia trasportare dagli eventi, incapace di reagire, rassegnata alla mediocrità dell’esistenza quotidiana.

La vicenda si svolge su uno sfondo di impianto naturalistico che, tuttavia, l’autore rovescia impietosamente, portandolo all’estremo. Impossibile non cogliere, nell’opera, quei tratti di deformazione grottesca tanto cari a Pirandello: in particolare, nell’Esclusa, viene ripresa, in accezione ridicola, l’idea positivistica e naturalistica dell’ereditarietà biologica (e ciò è evidente nella sorte cui, secondo Antonio Pentàgora, gli uomini della sua famiglia sono destinati ad andare incontro).

In questo primo romanzo Pirandello mostra già una padronanza linguistica notevole: riesce a mescolare e ad utilizzare ottimamente sia lo stile tragico/alto, sia quello comico/basso, dimostrando come le differenze tra due modi di scrivere apparentemente inconciliabili possano essere abbattute. Ampio spazio, inoltre, l’autore riserva allo stile indiretto libero; utilizza largamente lo strumento della focalizzazione interna, adottando una prospettiva parziale e ristretta, limitata al punto di vista dei personaggi: la voce del narratore, spesso, arriva a confondersi e a sovrapporsi con quella dei personaggi stessi. Dall’opera, infine, trapela qua e là la concezione pirandelliana dell’elemento comico, che sarà sviluppata a tutto tondo di lì a poco nel saggio L’umorismo, pubblicato nello stesso 1908.

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