Una donna spezzata – Simone de Beauvoir

Tutto si confonde nella mia testa. Credevo di sapere chi ero io, chi era lui, e d’un tratto non riconosco più né lui né me.

Scegliere le letture facendomi trasportare da un’intuizione, da una sorta di voce interiore, è da sempre una mia prerogativa. Non amo programmare, impormi dei ritmi, forzare quelle che sono le mie inclinazioni – varie e mutevoli, soggette a ripensamenti continui e non immuni da pigrizie e reticenze. Era inevitabile, dunque, che anche la prima lettura di questo neonato 2021 fosse, passatemi il termine, una lettura “di pancia”. La scintilla nei confronti di Simone de Beauvoir, scrittrice e filosofa delle più raffinate, è scattata in un pomeriggio sonnacchioso e lento, in una di quelle giornate in cui apparentemente nulla di straordinario sembra dover accadere e invece, all’improvviso, ecco che accade. Ero lì sul divano, di fronte al caminetto, che leggevo un piccolo libriccino in cui si parlava degli amori nati tra scrittori, quando mi sono ritrovata faccia a faccia con questa donna straordinaria che, quasi pioneristicamente, ha spalancato la porta su un mondo all’epoca – e, mi permetto di dire, per certi aspetti ancora oggi – in ombra, quasi dimenticato in un angolino come un oggetto vecchio del quale nessuno si cura più, il mondo cioè femminile, quello fatto di esistenze spesso inascoltate, invisibili, solitarie.

La condizione femminile è una delle costanti della narrativa e del pensiero di Simone de Beauvoir, una sorta di topos che accompagna il viaggio della scrittrice nel mondo reale, così come in quello fittizio. Una donna spezzata, pubblicato per la prima volta nel 1967 – in un periodo a dir poco cruciale per la questione femminile, se pensiamo agli eventi dell’anno successivo, il 1968 – si inserisce in quel clima di disagio e di fermento e ci restituisce l’immagine sbiadita, dai contorni non ben precisati, di tre donne che, per motivi differenti, subiscono una frattura all’interno delle proprie vite. Come si arriva al punto di rottura? La verità è che non lo sappiamo. Accade e basta, e dopo tutto è diverso. Capita, ad esempio, in una di quelle sere che apparentemente è come tutte le altre: prepari la cena, ascolti della buona musica, ti addormenti sul divano e poi, all’improvviso, tuo marito – bicchiere di whiskey alla mano – ti confessa di avere un’altra donna, più giovane, più ambiziosa, più brillante; ancora, può capitare quando oramai la vita sembra come un’immensa fortezza inespugnabile, fatta di una quotidianità rassicurante, di gesti che si ripetono lenti e dolci, ed ecco che invece qualcosa stravolge i piani: tuo figlio non è chi credevi che fosse (è un bene? un male? quanto delle scelte dei figli ha a che fare con i genitori?); e poi, tragicamente, può accadere di finire dimenticati dal mondo intero, masticati e sputati senza pietà in un appartamento che riflette la propria solitudine, l’infinito nulla che si ha dentro. Ed è allora, quando la morte di una figlia è troppo da elaborare e accettare, che si finisce per parlare con sè stessi, che si diventa prigionieri di una follia che non conosce confini.

Mi aspetto sempre il peggio; ma è sempre peggio di quanto mi aspettassi.

Le donne spezzate di Simone de Beauvoir hanno parlato, con il loro dolore e la loro disperazione, alla mia pancia (sì, sempre lei), hanno conficcato con forza le loro unghie nella mia pelle, lasciando dietro di sè graffi e lividi. Quanta pena, quanta amarezza traspare dalle righe di questi testi… Infiniti sono i brani che ho evidenziato, in particolare per quanto riguarda il primo racconto, quello che ha per protagonista la quarantaquattrenne Monique, che si ritrova faccia a faccia con una realtà terribile, quella del tradimento da parte di suo marito, dell’uomo a cui ha votato la sua esistenza intera, l’uomo a cui ha promesso fedeltà eterna. E’possibile rimanere fedeli per tutta la vita alla stessa persona? Essere l’uno lo specchio dell’altro, e dirsi tutto senza remore? Simone de Beauvoir è disincantata, oserei dire quasi cinica, a tal proposito. Attraverso le sue donne spezzate, la scrittrice francese scandaglia da cima a fondo l’animo umano, non teme di puntare i riflettori anche su quelle parti che istintivamente si tende a nascondere – le cosiddette parti oscure , sviscera rapporti coniugali, rapporti genitore-figlio, ma anche e soprattutto il rapporto con sè stessi. Chi siamo, veramente, noi? Quello che crediamo di conoscere è realmente come sembra? Abbiamo la nostra parte di colpa, o è tutto legato a qualcosa che ci sfugge e di cui, affannosamente, proviamo a tirare i fili? Nei tre racconti che compongono questa raccolta tutto viene messo in discussione, passato e presente, ricordi e speranze si fondono e si disperdono, tutto si annulla e finisce per sfumare nel suo opposto. Incredibile e straordinaria la capacità della de Beauvoir di rendere strazianti anche le parole più semplici: non le occorrono perifrasi eccessive, nè metafore esagerate. A lei bastano poche ed essenziali parole per fare centro. E credetemi, non sbaglia di un millimetro.

Ed è così che ho finito per innamorarmi perdutamente dell’inquietudine elegante e disperata di questa scrittrice, delle sue parole a cui continuo a pensare anche adesso che ho voltato l’ultima pagina. La pancia è lì che mi supporta, e insieme a lei ci sono il cuore, i muscoli, il cervello. Sono totalmente ammaliata. Probabilmente non sarà questa l’opera più bella o conosciuta di Simone de Beauvoir (penso, ad esempio, a Il secondo sesso), ma è quella perfetta per guardarsi dentro, per capire che la vita ci spezza – è inevitabile – e che sta a noi decidere come reagire, indipendentemente dalla nostra età, dallo status sociale, dal corpo che occupiamo.

Per conoscere i propri limiti, bisognerebbe poterli superare.

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